BALLATA DEL CUORE DEl MOSTRO E DEL FIORE DELLíOSTRO

di  Andrey Malyscev
 

a Giumagul Myrsaeva

Síi fosse foco, arderei ël mondo;
síi fosse vento, lo tempesterei;
síi fosse acqua; ií líannegherei;
síi fosse Dio, mandereilíen profondoÖ.
(Da un sonetto di Cecco Angiolieri)

Ö Il Mondo, appena creato si mostrò fallace, fallito e falloso - questo Mondo era tanto tedioso che non valeva la pena di viverci - per ragioni di varia natura: per la luna bianca che sogghignava stupidamente, sospesa nel cielo sporco; per il silenzio innaturale, che veniva interrotto dallíassurdo, ridicolo ticchettio dellíorologio; ma la ragione prima per la quale non gli piaceva il Mondo nuovo appena creato era questa: non cíera il Fiore dellíOstro - esattamente come non c'era negli altri mondi creati dal Mostro. Il Mostro aveva desiderio del Fiore, del suo tepore. Il Mostro non poteva creare il Fiore dellíOstro con uno sforzo della sua mente, e in ciò stavano il suo tormento e la sua tristezza. Stanco di quella tristezza, il Mostro spense la luna che gli dava noia, e subito si avvolse nella coperta viscosa del Buio salutare. Il Mostro si trovava nel buio, fermo, e ascoltava il ticchettio dellíorologio. Il Mostro voleva accertarsene: solo un ticchettio e nientíaltro, nessun altro suono. Qualcosa era successo ai cani che dovevano abbaiare istericamente alla luna sogghignante - del resto, la luna era pure già spenta - ma gli altri suoni notturni - che cosíera successo, a loro? Ammesso che non fosse ancora il tempo del canto dei galli nel pollaio del cortile di fronte alla casa, non si udiva neppure il frastuono lontano dei treni merci che dovevano muoversi sul ponte ferroviario, né il chiasso delle altre creature metalliche, che si affrettavano a volte nelle strade notturne della Città. Era strano, davvero strano - come se il Mostro avesse acquisito una sordità parziale Ö Tutti i suoni furono aboliti a questo mondo, c'era solo il ticchettio dellíorologio - il Mostro lo udiva perfettamente: tic tac, tic tac, tic tac - e quel ìtic tacî continuava senza rallentare mai, senza fare una sosta - così in modo noncurante e indifferente lo strumento stupido macinava líEternità con le sue cromate rotelle dentate. Tic tac, tic tac, tic tac - faceva il cretino metallico, lavorando con le sue mascelle - che strumento era! Subito il nonsenso dellíesistenza umana e il suo ridicolo, personificato da quellíordigno stupido e soddisfatto di sé che ticchettava nellíoscurità e nel silenzio profondo della notte, gli parve così ovvio che il Mostro si disse: è tempo di finire con questo mondo per foggiare un mondo nuovo, più accettabile! Ma quella decisione del Mostro risultò passeggera - i minuti scorrevano, ma il Mostro, sempre fermo come prima, stette nel buio, appoggiandosi con il pugno alla parete di mattoni della stanza; rimase ad ascoltare líimpassibile borbottio metallico dellíorologio - e quel borbottio non potè aiutare al Mostro a scrollarsi quello schiavo, umano torpore. Quel torpore, invece, assecondato dallíipnotico ticchettio dellíorologio diventava sempre più insuperabile, tenendo in catene la volontà del Mostro. Ö.Tic tac, tic tac, tic tac - no! Non era líorologio, era il cuore del Mostro che, come se cercasse di balzare in gola per meglio imitare il borbottamento metallico delíingranaggio della sveglia, sempre accelerando il ritmo suo, balzava nel suo torace come un rospo boccheggiante. Era davvero possibile che egli avesse ancora un cuore umano? Il Mostro serrò tutta la sua volontà nel pugno, appoggiato alla parete, e poi ritirò il pugno. Quellíatto facile gli richiese una tale tensione della volontà che il Mostro, non muovendosi, continuava a stare fermo con le spalle curve e la testa chinata da un lato, ascoltando ora il silenzio fuori nella strada, ora il ticchettio tedioso che sottolineava quel silenzio fuori. ìQuesto ticchettio schifosoî, pensava il Mostro, ìpare sia penetrato nella mia stessa mente. È come uno sbatacchio di una rapida ghigliottina, una ghigliottina che taglia spietatamente le teste dei miei appena nati pensieri ? e questi pensieri, non facendo nemmeno in tempo a presentarsi, muoiono senza lamentarsi né lagnarsi. Quanti magnifici, meravigliosi pensieri - figli miei - sono già morti e io non ho niente, nessun ricordo di loro - tranne una sensazione confusa che quei nuovi nati fossero indescrivibimente belli nella loro innocenza e nella loro crudeltàî. Sì, il Mostro se ne ricordava abbastanza bene - quei pensieri suoi furono crudeliÖ In quei pensieri, nel segreto stipo della sua mente ci fu sempre presente il sibilare della spada e il saltellare del rospo, caduto sul pavimento del bowling, cosparso dalle schegge di vetro... Il Mostro rammentò anche questo: i suoi pensieri furono crudeli perché lui guardava mentalmente giù dallíaltezza la rovinata e poi ricostruita Città - rovinata da lui, ricostruita anche da lui - e sempre odiosa. Il Mostro guardava la Città, i balestrucci che tracciavano delle curve vertiginose nellíaria sopra di quel campo di concentramento gigante delle meschine anime umane. Egli guardava anche le ciminiere e i fumaioli di quel crematorio spirituale che non fumavano più, ma anche senza di loro, senza líaiuto dei forni speciali in quella caldaia di cemento le anime umane si trasformarono in cenere e in vapori puzzolenti. Sul ciglio della strada la coscienza del Mostro vide le due femmine, le due Belle false - una giovane, líaltra più anziana. Le Belle false fumavano sigarette. La giovane femmina aveva addosso una specie della lunga vestaglia di casa, i cui lembi si dischiudevano tutto il tempo, permettendo agli sciupati calzoncini blu di sporgere. Davanti alle Belle false, vicino al ciglio della strada un bimbo umano spingeva una motocicletta, ovviamente troppo pesante per le sue forze. Poi il giovane si fermò presso uníautomobile bianca, coperto da un gran pezzo di cartone contro i raggi brucianti del sole. Líautomobile era parcheggiata davanti al ponte ferroviario sul quale strisciava un treno con tre decine di vetture, trascinate da una locomotiva verde, la quale, vista dallíalto, sembrava un giocattolo. Tra gli alberi, accanto al ciglio della strada, erano in giro quattro cani chiazzati, seguiti dai loro padroni. I cani fecero uscire i loro padroni per far prendere loro una boccata díaria fresca. ìVoi, cani! - il Mostro rivolse la parola a quei ingenui amici dei bipedi implumi. - Cani! Bisogna tenerli díocchio, quegli uomini. Líerba sotto gli alberi non è ancora asciugata dopo líannaffiatura mattutina. Può darsi che i vostri gracili amici, tentati dal verde fresco si siedano sullíerba e si procurino uníemorroide. Orsù, emanate un ordine: bipedi, al fianco! Su, coraggio! Scuoteteli!î Tutti gli esseri viventi non umani gli davano sempre il buon umore e gli si allargava il cuore, sì che lui aveva voglia di far celia e di ridere, ma se si trattava di quei re della Natura, di quei tediosi uomini, di quei noiosi bipedi implumi - allora cíera da morire di tedioÖ Sulle prime, nel periodo iniziale della sua alleanza con il Buio, gli piaceva uccidere quei bipedi implumi ? in questo modo il Mostro vendicava il suo pazzo amore offeso, un amore immenso e pazzo per il genere umano. Ma dapprima il Mostro bestialmente trucidò, smembrò e buttò nel cesso la Morale bugiarda - la Morale dei bipedi, e poi si mise a uccidere i bipedi stessi. Il Mostro faceva scempio dei nemici, battendo con la mazza della sua coscienza sui corpi odiosi dei ratti bipedi finché quei corpi diventavano mucchi di carne tritata; il sangue schizzava, le pozzanghere di sangue si estendevano. Il Mostro rompeva le scatole craniche ai bipedi implumi e le loro cervella volavano dai crani fatti in pezzi e in frammenti - se c'erano davvero le cervella! Si andava vociferando che nel cranio di qualche specie dei esseri umani dopo la dissezione ci fosse trovata solo una pozza minuscola del liquido misterioso... E i cuori umani? Più volte, quando il Mostro, imitando un  antico vichingo, ritagliava una ìgrande aquilaî, fendendo con la sua spada giapponese il costato del bipede implume, e cercava di strapparne il cuore che ancora batteva, insieme ai polmoni sbarrati, al posto del cuore lui scopriva un rospo viscido e freddo. Il Mostro avvicinava quel rospo agli occhi stupefatti del bipede moribondo e con soddisfazione si accorgeva che quello stupore non era finto - così il Mostro vendicava il suo amore offeso e ne provava la soddisfazione. Il Mostro ammazzava i bipedi singolarmente e a gruppi, negli incidenti automobilistici e aerei; li assassinava bruciando o inondando le loro misere casupole. Il Mostro li sterminava nei terremoti o infliggendo loro epidemie di malattie ripugnanti. Sì, dapprima gli piacque fare così - ma con líandar del tempo ne diventò stanco e fu preso da tedio, e da quel momento in poi se gli capitava talvolta di uccidere un bipede ciò accadeva soltanto per forza di abitudine - uníabitudine umana, la quale era stata incollata, incisa nel suo corpo, un corpo umano ancora. Ora, quando líalleanza con il Buio lo innalzò allíincredibile sommità, il Mostro credeva che i bipedi non meritassero né il suo odio e nemmeno il suo disprezzo. Ma gli animali e i simili esseri viventi che popolavano il terzo pianeta - ciò era uníaltra musica... E subito, appena il Mostro soffermò la sua mente su un oggetto più gradevole, nel suo cuore nacque un sensazione calda. Con líaiuto di quella sensazione, il Mostro creò una tiepida palla vivente che si affaccendava laggiù presso i suoi piedi e líanimo del Mostro rispondeva con felicità, gioia e allegria. Il Mostro si immaginò gli occhi-perle, un musetto toccante e curioso, una pancina tonda e glabra, una piccola e buffa coda attorcigliata. Ora, con la forza della sua coscienza, il Mostro riuscì a salvare quel piccino da un palazzo condannato allíesplosione. Il Mostro considerava una disgrazia per questo mondo - per un Mondo del Mostro - se quel micino fosse morto insieme ai bipedi. Farebbe loro troppo onore, se la Morte mischiasse il loro sangue impuro con il sangue innocente di quella bestiola. Il Mostro carezzava il micino con il pensiero, distinguendolo perfettamente nel buio con líaiuto della sua coscienza. Dapprima il micino gli sembrò nero, ma ora il Mostro vide che quel nero non era impeccabile: nelle zampette cíera un appena visibile biancore. Il micino trotterellava svelto intorno ai piedi del Mostro, con le sue zampette buffe, un poí ad anatra, e toccava carezzevolmente con la testina i piedi del Mostro. Il Mostro accarezzava il micino e pensava: Non ha bisogno di capire il senso delle confuse parole umane: ìio sono líanima solitariaî, non ha bisogno di sapere cosa vuol dire ìessere davvero soloî! Davvero solo, cioè, tutta la vita, sin da quando si comincia a vedere e udire, e poi a strisciare finché, alzandosi finalmente in piedi, cade per la prima volta, e rompendosi la testa capisce che a questo mondo nessuno fa alcun caso del tuo dolore, e che le lacrime tue sono assolutamente inutili - le lacrime ti danno un provvisorio sollievo, niente di più -, e il tuo prossimo le guarderà come una civetteria, nientíaltro, perché il cuore non è capace di sentire il dolore altrui. Le lacrime e la disperazione in questa vita umana sono inutili, tutto nella vita è inutile se tu sei solo e se tu sei un essere umano! Il Mostro lo sapeva bene perché nel recente passato (o forse tuttíuníeternità - chissà? - il tempo e i suoi limiti avevano perso da un pezzo il loro significato per il Mostro) - anche lui era stato un uomo, un uomo sciocco, gioviale, condiscendente verso i bipedi implumi. Precisamente il Mostro si credeva un uomo finché una sera, quando per poco non era asfissiato dalla solitudine, fu salvato dal caritatevole Buio. Il Buio lo salvò dalla mortale, mortifera Solitudine, lo salvò dalla Morte. Una sera, quando la Morte, questo gran segno dellíuguaglianza, giubilava, accingendosi ad uguagliare líanimo del Mostro agli animi degli altri esseri, andati già nel numero dei più, agli occhi del Mostro, nella sua disperazione mortale, nella sua agonia fu aperta la meravigliosa attrattiva e la spietata beltà del Buio - al Mostro moribondo bastava soltanto ammirare líaffascinante beltà e il potere del Buio ? il potere del Male, e subito il Buio generoso venne in soccorso.  E poi ogni notte il Mostro sentiva bene che il Buio-Salvatore penetrava nellíanimo suo e spietatamente spremeva fuori tutta la Morte che vi si era insinuata, approfittando della sua solitudine umana. Il Buio aveva salvato il Mostro in quel momento, quando tutto ciò che era nel suo animo del ìbuonoî, del ìsimpaticoî, del ìcarinoî - tutto ciò che era umano! - tutto questo si stringeva in un groppo, piagnucolava e si lagnava, stanco della solitudine, e tutto quel ìbuonoî, ìsimpaticoî e ìcarinoî mollemente e irresolutamente giocava con il pensiero della Morte, ma non poteva mai decidersi a finire con la sua misera, infima, onerosa per sé stessa esistenza. Ma il Buio non permise alla Morte di trionfare; il Buio aveva svegliato nellíanimo del Mostro tutto ciò che vi era di ìcattivoî e di ìscuroî, e nel momento stesso tutto quel cattivo, quel scuro si svegliò e diede con ripugnanza un calcio a quella fanghiglia morbida e buona il cui nome è ìanima umanaî. A poco a poco il Mostro diventava lui stesso. Era venuto a sapere la verità su di lui, una mostruosa verità, una spietata verità - ma anche la verità molto semplice, e subito sentì un indescrivibile sollievo. Un umano presunto diventava un Mostro. Ma, andato in cerca del Fiore dellíOstro il Mostro, costretto a incontrare di continuo i bipedi, il Mostro doveva apprendere a fare una commedia - egli giocava la parte dell'uomo - e quegli scervellati esseri, soddisfatti di sé, non sospettavano per niente fino a che punto quellíessere accanto a loro non era umano; fino a che punto gli inintelligibili, bugiardi sentimenti umani erano diventati alieni per il suo animo! Tutti i confusi desideri umani morirono nel cuore del Mostro e solo un dolce-amaro desiderio del Fiore dellíOstro continuava a viverci. Ma quellíansia era tanto forte che i bipedi cominciavano a poco a poco a sospettare qualcosa ? e il Mostro lo sentì, sentì che i rospi freddi dei cuori umani si trovavano molto a disagio - i rospi nei petti degli esseri umani cominciavano a torcersi alla sua presenza a causa dellíardore del suo furioso e cattivo cuore, e la gente reagiva con correnti interminabili di parole sciocche e noiose, oppure con il silenzio non meno noioso. E il mondo umano, il mondo degli esseri umani gli riusciva ininteressante. Ma il Buio li aiutò di nuovo ? in cambio del mondo umano il Buio lo rese capace di creare i mondi suoi, i mondi non-umani, i mondi mostruosi. E ora, dopo esser stato apparentato al Buio universale, il Mostro lo riveriva - lo riveriva senza alcuna buffonata isterica; senza partecipare alle messe nere, di quellíinvenzione della stupidità umana, che sono piuttosto una profanazione di quello nel cui nome quelle messe dovrebbero presumibilmente svolgersi; il Mostro lo riveriva senza immolare gli infanti e le vergini, senza tatuare sul suo corpo le cifre ì666î ? tutte quelle buffonate non erano necessarie perché il Buio era abbastanza potente per distinguere senza líaiuto altrui nel gregge umano i suoi veri e fedeli ammiratori, i suoi veri cultori, fedeli a Lui non per viltà o per schiava docilità, ma esclusivamente per ordine dei loro cuori mostruosi, intolleranti di qualunque espressione della menzogna umana. Sì, il Buio aveva asfissiato il cuore-rospo, codardamente gracidante nel suo petto, e gli aveva dato in cambio un cuore del Mostro. E per la prima volta il Mostro provò líentusiasmo e la felicità di non essere più umano. E adesso il Mostro non poteva pagare il bene ricevuto con líingratitudine - certo, il Mostro era obbligatissimo al Buio - e il Mostro si affezionò a Lui. Il Buio era bello e attraente, specie quando si adornava con gli ornamenti della luce lunare. Il Buio era onnipotente o quasi onnipotente, perché il Buio non poteva mai dargli il Fiore dellíOstro. Ma il Buio gli diede, invece, il sapere e la Vista Lunga, il Buio lo fece guarire! Il Buio lo fece consapevole della sua illusione funesta, in cui il Mostro era caduto, essendo stato sotto mentite spoglie e non sapendolo neppure, credendo che qualcosa lo potesse collegare a quelle compiaciute creature bipedi. A dire la verità - era accaduto ciò che quei bipedi chiamerebbero quasi: ìdarsi a Satanaî. Magari! Fosse il Buio salutare che stava carezzando la mente del Mostro, fosse Satana, il famigerato Male, non importava! Importava solo una cosa: dopo essersi ìdannato líanimaî il Mostro cominciò a vedere la vita umana, la vita dellíHomo sapiens sempre da una certa distanza. No, neanche distanza, ma altezza! A poco a poco, molto gradualmente quellíaltezza cominciò ad aumentare, sì che raggiunse un tale quota che ora gli pareva strano non aver pensato prima a quelle cose assolutamente ovvie. Il Mostro si ricordò che sulle prime, quando síilluse di essere Homo sapiens, nelle notti di luna piena lo abbracciava una sensazione strana che lo spingeva a morire affinché potesse poi subito rivivere, ma rivivere non sotto le spoglie dellíHomo sapiens, ma sotto le spoglie di una fiera - di lupo, di tigre, oppure di un leone. Sulle prime il Mostro preferiva essere un lupo, ma ora, diventato colui che era vero e proprio, il Mostro preferiva di essere un leone, e alle volte, avendo una fame da lupo, faceva le parti del leone e diventava un leone, un vero leone. Essere un leone era assolutamente in accordo con lo spirito, con líanimo del Mostro - e con líanimo del suo protettore, il Buio. Lo slancio rapido per cacciare preda, la gioia di muoversi e di sentrisi nel pieno delle proprie forze, rapace, calcolando in anticipo una mangiata saporosa - e poi, dopo che la preda acchiappata si dibatte per qualche minuto nelle convulsioni di morte, perdendo il suo saporito e deliziosissimo sangue - poi mangiare lentamente a sazietà, stare in panciolle, godendo il riposo augusto e una pigra contemplazione dellíambiente. Sì, questo gli andava, era magnifico! Trasformandosi in un leone, il Mostro andava di rado alla caccia dei bipedi - era troppo poco interessante. I bipedi non potevano mettersi alla pari con lui. Però, diventando un rapace, il Mostro assaliva i bipedi molto spesso - era una zuffa da pari a pari. Certo, il Mostro li coglieva allíimprovviso - perché era troppo inaspettato per i bipedi - già, di solito gli aquilotti o i falchi non assalgono gli uomini. Del resto, dopo essersi trasformato qualche volta in un falco, il Mostro si sentiva imprigionato dalle ali, dalle piume e dalle leggi dell'aerodinamica, e perciò più tardi preferiva volare sotto le spoglie di un essere umano - umano ancora. Alle volte il Mostro volava di notte sopra la Città condannata. Il Mostro sorvolava la Città addormentata, stringendo le braccia al corpo oppure allargandole come ali. Volava silenziosamente e rapidamente. Assorto in estasi, il Mostro guardava le buie sagome dei palazzi laggiù; guardava le cime dei alberi che precipitosamente correvano via e che sotto la luce della luna piena pareva fossero innevate. Il Mostro faceva un volo rapido sopra la terra e non sentiva neppure il sibilo del vento nelle sue orecchie. Sentiva soltanto la velocità e la libertà ? la libertà dalle catene della gravitazione, libertà dallíappartenenza alle compiaciute creature bipedi, sotterratesi giù nelle loro tane di cemento. Il Mostro si accingeva a sconquassare presto la Città ? ma per ora, per ora quei bipedi potevano dormire quietamente nei loro ridicoli ripari, oppure accoppiarsi con le loro femmine. Beí, che abbiano allegrezza per qualche tempoÖ Talvolta, aumentando la velocità del volo di qualche grado, il Mostro faceva un giro e si avvicinava ai piedi delle montagne - quei monti giganti della spazzatura divina che destavano per qualche ragione líammirazione e la meraviglia dei bipedi. Ma dei gusti non se ne disputaÖ Poi il Mostro si dirigeva lentamente verso il centro della Città, laggiù dove nel suo speco di cemento dormiva la Bella, tenendo in serbo il Fiore dellíOstro. Lentamente atterrando sul piazzale davanti al riparo della Bella, il Mostro stava qualche tempo in piedi davanti al palazzo, e poi si levava di nuovo in aria. Il Mostro indugiava; il Mostro voleva che i suoi sentimenti per la Bella fossero espressi dal suo corpo umano - umano ancora! - dal suo organo del piacere, dalle sue dita e dalla sua lingua - ma senza nessuna parola, perché le parole non potrebbero mai esprimere tutto il suo desiderio, tutta la sua voluttà. Le parole umane erano logorate da centinaia díanni di uso. Per di più, il Mostro sospettava che la Bella indovinasse i suoi sentimenti, era impossibile che non indovinasse! Ma che cosa ne pensava - ciò era un enigma insolubile per il Mostro! Il Mostro non sapeva che cosa fareÖ Il Mostro capiva che il Fiore dellíOstro, la sua àncora di salvezza, non poteva essere preso a viva forza, e che neanche con la forza della sua coscienza il Mostro sarebbe stato in grado di foggiarlo. Perciò il Mostro girava e rigirava delle notti insonni sopra il palazzo della Bella, rimanendo nellíindecisione di avvicinarsi al desiato Fiore dellíOstro. Già, il Mostro non poteva mai creare il Fiore dellíOstro con líaiuto della sua Coscienza - e questo era cagione della sua costante disperazione. Il Mostro creava e sconquassava i Mondi, ma il magico Fiore dellíOstro non era cibo per i suoi denti - benché non ci fossero affatto denti che avessero bramosità del Fiore dellíOstro. Ma che cosa doveva fare, infatti? La sagoma enigmatica della Bella, i suoi denti incredibilmente bianchi, i suoi commoventi occhi infantili, nei quali vivevano contemporaneamente la malinconia, líallegria, la curiosità e uníingenua voluttà - tutte le sue sembianze lo perseguitavano costantemente, anzi, erano penetrate nel cuore del Mostro e vi vivevano dentro. La Bella penetrò nellíinterno buio del suo animo in cui sibilavano rabbiosamente e si torcevano convulsamente, come un gomitolo di serpenti guizzanti, gli istinti primitivi che avevano piacere unicamente nel creare o nel distruggere dei mondi. Ma quegli istinti bramavano di vedere il Fiore di Ostro e non lo trovavano, perciò si assaltavano furiosamente líun líaltro e si mordevano líun líaltro, facendo soffrire al Mostro supplizi inenarrabili. Oh, quella Bella incomprensibile ed enigmatica! Tutto il suo volto pareva invitarlo al paradiso di delizie, allíincontro con il Fiore dellíOstro. La carne, la carne umana del Mostro ebbe bramosia del Fiore dellíOstro! Le labbra della Bella, la loro dolcezza, la loro umida avvenenza; gli occhi, così timidi e voluttuosi, ornati di lunghe ciglia allettanti; la ciocca di capelli neri e lucidi sopra líocchio destro, sempre pronta ad appoggiarsi alle ciglia - tanto quelle ciglia erano folte e lunghe - tutto questo gli prometteva che con líaiuto del Fiore dellíOstro, serbato dalla Bella lui si foggerebbe il suo miglior mondo. Dagli occhi della Bella, che luccicavano dalla timida voluttà, si versava una goccia per il suo nasino un poí curvo, sempre giù sino alle sue labbra, e pareva che la Bella le aprisse già e gli dicesse le parole sacre, che gli darebbero infine líaccesso al desiato Fiore - e il Mostro si chinerebbe davanti a lei, e poi, dopo che la via del suo sguardo avesse passato i gradini delle ginocchia brune, lui scoprirebbe nel suo incredibile incanto e nella magica e impetuosa forza il fatato Fiore dellíOstro... Ora, stando fermo nel buio, il Mostro a poco a poco recuperava la sua memoria, appena svegliata.
Ieri ? oppure tuttíuníeternità il Mostro, finalmente, distrusse la Città odiosa. Di tutti gli abitanti il Mostro risparmiò solo la vita alla Bella. Líunica sopravvissuta nel vortice travolgente della Coscienza del Mostro, lei, che nulla sospettava dellíincontro futuro, era portata dal Mostro nel centro Città in rovina. Poi il Mostro si mise alla ricerca della Bella. Il Mostro camminò per le strade deserte della Città, armato di uníaffilata spada giapponese. Dalla lama luccicante della spada, su cui giocavano i riverberi azzurrini, gocciolava il sangue giù sullíasfalto crepato e perforato dai rigidi steli di lappola e di qualche sgradevole pianta, somigliante lontanamente alle polverose piantagioni - una bizzarria della capricciosa Coscienza del Mostro. Uníaltra sua bizzarria fu questa: quegli steli brutti non ombreggiavano affatto. Guardando il cielo torbido, il Mostro vide che il sole si trovava a quel punto, dove al tempo della Città viva esso non potesse trovarsi - il sole pendeva proprio sopra il capo del Mostro, appiccicatosi alla tenda del cielo sporco. Il Mostro si sentiva un poí stanco. Dovette lavorare parecchio con la sua spada presso il monte dei frantumi grigi che rassomigliavano molto ai pezzi di un meccano - poco prima quel monte di frantumi cíera ancora la biblioteca principale di questa Città schifosa. Vicino ai cespugli della lappola, tra gli strati eretti dellíasfalto fuso giacevano parecchie teste scervellate dei bipedi, e sui i gradini crepati del scalone davanti allíingresso ora, goffi e storcenti, strisciavano i freddi e mollicci rospi morenti, i quali poco prima si scuotevano e tremavano nelle gabbie toraciche dei bipedi. Dopo essersi incuriosito del sole scialbo, il Mostro fissò lo sguardo sulla strada, ormai assolutamente deserta. In quella strada regnava un silenzio di tomba. Il Mostro si incamminò in avanti, sapendo che non avrebbe incontrato nessun essere vivo - salvo la Bella. Il Mostro guardava le porte spalancate dei palazzi, i vani delle finestre - quelle finestre senza vetri lo attiravano, ma il Mostro resisteva al loro appello tentatore - perché quelle finestre somigliavano troppo alle occhiaie dei crani umani, e le porte sbadigliavano come le bocche aperte nel grido disperato. A che servirebbero quei cadaveri? Il Mostro cercava la Bella e il Fiore dellíOstro. Ma la Bella non potesse trovarsi in quei Palazzi-Crani - essi emanavano un odore di Morte, perciò il Mostro camminava avanti senza voltarsi mai finché si avvicinò al crocevia, tutto costellato delle schegge di vetro, dei bizzarri dadi multicolori e delle rotelle. Fermatosi per qualche istante indeciso davanti a un semaforo, caduto per terra e torto come un cavatappi, il Mostro fece poi un passo sopra il semaforo e marciò avanti, calpestando quegli strani dadi multicolori. Soltanto dopo averli scrutati il Mostro capì che non erano i dadi ma le pillole e le pastiglie dalla farmacia, le cui rovine, come se fossero state spezzettate e masticate dal denti giganti, si trovavano dalla parte sinistra. Passando davanti a quel cascame della farmacia, il Mostro, sempre camminando in mezzo alla strada, marciò ancora una trentina di metri e poi fu costretto  a fermarsi vicino allíedificio del circo, tutto sformato dalla forza mostruosa. Qualche volta ci andavano ciondoloni i cammelli annoiati e i fotografi non meno annoiati, stando sempre in attesa di clienti. Il Mostro si fermò perché il passo fu sbarrato da un muro un poí ricurvo, il quale traversava tutta la strada. Fermatosi davanti allíostacolo inopinato, il Mostro intese che ciò non fosse mica per niente. Il Mostro seguì con líocchio la curvatura del muro, e questa curvatura gli parve familiare. Ma solo volgendo lo sguardo intorno e scrutando quelle bizzarre scene che gli infondevano sentimenti equivoci, il Mostro capiva il latino - là dove qualche tempo prima sopra di un fuoco detto eterno, ma sempre morente, si ergevano i tre giganti archi di cemento i quali erano stati uniti di sopra da una strana corona di pietra, ormai non cíera niente! Buttati giù dalla potenza mentale del Mostro, i due archi furono smarriti da qualche parte, e il terzo ora sbarrava la via al Mostro, avvisandolo e lasciando ad intendere che non gli occorrererebbe più andare avanti - il Fiore dellíOstro era vicino! E infatti, volgendo lo sguardo a destra, il Mostro vide líedificio del Centro di Bowling, il quale era rimasto intatto con la sua torre bassa sopra dellíingresso e líargentea piramide dietro al mastio. Verso le porte spalancate dellíedificio del Bowling, dal posto dove interdetto dalla sua propria potenza si fermò il Mostro, condusse una punteggiatura, fatta da tamponi igienici da donna, deposti sulla terra con accuratezza a intervalli uguali. Quel sentiero strettissimo condusse nellíinterno della piramide, mostrando che la Bella - e il Fiore dellíOstro vi si trovavano dentro. Il Mostro raccolse uno di quei tamponi, e si diresse verso la piramide, strusciando il filo della spada con lo straccio candido per asciugar la lame dal sangue che si coagulava. Il Mostro era un poí meravigliato della sua calma - líimportanza dellíavvenimento a cui aspirava tutta la sua vita, dovrebbe obbligarlo se non ad andare in estasi, per lo meno a provare qualche agitazione gioiosaÖ Ma no! - nel cuore del Mostro suonava una calma, solenne musica, e anche il Mostro stesso era calmo più che mai... Nellíinterno della piramide regnava la penombra. La maggior parte della sala del bowling devastato era ingombra di suppellettili, di tavolini e di sedie gettate dappertutto. Sulla pista estrema si trovava un bianco tavolino di plastica con un piede tuffato nel mucchio delle scatole di cibo ìKitty Catî. Al tavolino, davanti al computer acceso, sedeva la Bella, di fianco al Mostro. La Bella era seduta con le gambe accavallate, raccolta in sé stessa, e fissava l'enorme, lubricamente baluginante occhio del computer. La mano destra della Bella giocava voluttuosamente con il mouse. Lo smalto perlaceo sulle sue unghie pareva liquido nella luce ingannante dello schermo. Lo spettacolo gli parve pieno di nascosta tensione erotica. Il Mostro pensò che la scena somigliasse a un insolito atto sessuale, a un coito intellettuale. La Bella, immersasi nel gioco díamore con il suo compagno elettronico, non si accorgeva del Mostro che la osservava bramosamente con líanimo sospeso. Il Mostro sentì miagolare una gatta da qualche parte e disse tra sé: ìGatta ci cova... Ma perché?î Poi si diede una scrollata e per lo sforzo della sua coscienza tolse dalla superficie della mente della Bella, come se fosse una pellicola del latte, le immagini che vi galleggiavano, e buttò quella pellicola al display del computer. Sullo schermo si erano messi a guizzare vestiti da donna, lingerie di moda, automobili, gioielli, spiagge assolate, negozi, i visi delle donne, i corpi dei maschi - alcuni con vestiti di moda, altri nudi - tutta la spazzatura che galleggiava nel golfo angusto del mondo interno della Bella. Improvvisamente i guizzi delle immagini sullo schermo cessarono e lì apparve la Bella stessa, la sua sorella maggiore e un giovane principe sconosciuto. Il principe dalle chiome dorate, con le sue guance tutte latte e sangue, tuffò il mento nel suo petto, tenendo in questo modo líorlo del suo maglione nero tirato in su. Con un accanimento inesplicabile il principe fissava la sorella della Bella che scoprì nei calzoni del principe un certo gioiello e, tirandolo fuori, quello strumento meraviglioso, cercava di suonarlo come se fosse un flauto, mentre la Bella, con gli occhi chiusi e la bocca mezza aperta leccava le labbra secche con la punta della lingua umida, attendendo impazientemente il suo turno di suonare quello strumento meraviglioso... Lo schermo si spense. La Bella si volse e guardò il Mostro. Ma si capiva che la Bella non lo vedeva. Ciò era evidente per via dei suoi occhi senza sguardo... Gli parve che tutto cio che gli veniva fatto gli fosse già accaduto una volta... E quei occhi abbacinati il Mostro li ha già visti qualche volta. ëMa come mai era possibile che la Bella non fosse consapevole del gran momento?í - disse tra sé il Mostro meravigliato, e poi cominciò a parlare ad alta voce sì che le parole scorsero dal suo labbro, confuse e patetiche: ìTu, la mia cara, la mia sola, tu puoi darmi il Fiore dellíOstro e farmi bello e adamantino come líacciaio di questa spada! È un momento, il gran momento di avere un incontro ad alto livello - il nostro incontro! Ma non míimporta molto di questo momento ? míimporta solo il pensiero che tu hai per la tua testa.. Che cosa pensi di me? Ma tu taci, tu non fai cennoÖ È possibile che io non sia di grande importanza per te? E che il mio struggimento e la mia ansia del Fiore dellíOstro non siano di grande importanza per te? O forse tutto ciò che è importante per te, dipende in singolar modo dai giudizi delle tue indegne, morte amiche e delle conoscenze, anch'esse morte; da quei giudizi che esse osarono farsi su di me, sul mio desiderio per il Fiore dellíOstro, il Fiore-Salvatore? È vero, sotto questíaspetto la questione cambia aspetto per me - io non assecondo mai le opinioni dei bipedi, tanto meno asseconderò le opinioni dei bipedi morti - dunque, líimportanza della mia scelta è piu grande di...î Il Mostro continuava a parlare ormai senza contare sulla comprensione da parte della Bella. Con un sorrisetto sprezzante sulle labbra rosee, la Bella ascoltava silenziosamente il monologo del Mostro che diventava sempre piu slegato e confuso. Il Mostro parlava ormai con il cuore dubbioso: ìHo bisogno del Fiore dellíOstro! Dammelo! Dammi il punto díappoggio! Io rovescerò questo mondo e mi foggerò un mondo a mio modo, un mondo nuovo, perfetto! - gridò il Mostro come se con il suo grido cercasse di cacciar via il sospetto che penetrava nel suo cuore e si convertiva ormai in certezza, ma non era riuscito nellíintento. Guardando il sogghigno della Bella, il Mostro intese: ella non voleva dargli líàncora di salvezza! Era successo una cosa incredibile: il Mostro si era sbagliato; la femmina che stava di fronte a lui non era per niente Bella! Ella non voleva e non poteva dargli il Fiore dellíOstro! Ma il Mostro poteva accertarsene solo in un modoÖ Facendo un passo avanti il Mostro alzò la sua spada, fece una mossa quasi invisibile e con una specie di singhiozzo la lama della spada si infilò nel corpo della Bella e nel rimbombante vano del Bowling dal petto spaccato della Bella sul pavimento, costellato dei vetri, battè una culata il rospo gonfio e viscidoÖ Anche in  questo mondo non cíera il Fiore dellíOstroÖ Ma la cosa piu terribile - una cosa da fare spiritare i cani era che gli nacque il dubbio che lui stesso fosse ancora un uomo! Un uomo non solo nellíapparenza ma anche un uomo nellíinterno! Sotto líincubo di questo addirittura mostruoso pensiero il mondo del Mostro cominciò a spezzarsi: ed egli non riusciva a foggiarsi un mondo nuovo ? la sua coscienza sovreccitata partoriva in una danza frenetica migliaia di mondi e subito li distruggeva. In quella coscienza danzava un incredibile, caotico, sempre mutante mosaico di immagini, odori, colori, associazioni - ma tutto nellíinsieme faceva uníimpressione di stupore, e veramente questo era lo stupore, anzi, líimbecillità, ingenerata dal desiderio irrefrenabile del Fiore dellíOstro. La coscienza e il cuore del Mostro erano troppo bramosi del Fiore dellíOstro, perciò la sua coscienza non era in grado di ammansire il vortice rabbioso dei pezzi di mosaico dei mondi nascenti, non riusciva ad azzeccare la cadenza frenetica dellíattività del suo cervello mostruoso, e ne risultava che il Mostro, in cui capo si sviluppavano gli enormi, multipli mondi, le sue opere poetiche, era solo in grado di afferrare ed esprimere soltanto la loro miserabile e mediocre favola. Nella profondità del cervello del Mostro che bramava di vedere il Fiore magico, nella profondità del sovreccitato, iperattivo cervello sorgevano e si distruggevano le centinaia, anzi, le migliaia di creazioni, i molti di cui pretenderebbero essere geniali - ma il Fiore dellíOstro, che potrebbe rendere onnipotente il Mostro, non era stato trovato, perciò quelle creazioni geniali morivano appena nateÖ Líanimo del Mostro fu incrinato dalle saette avvelenate delle domande e dei dubbi. Deve considerarsi un essere umano? È possibile che nel suo petto tremi ancora il rospo freddo, il rospo del cuore umano? E se proprio quel rospo lo avesse tratto in errore? - Invece di una Bella Mostruosa lui si era innamorato di una scervellata femmina umana senza cuore! E invece di creare un mondo dove potesse sbocciare il Fiore dellíOstro il Mostro aveva creato un mondo dove regnava imperiosamente solo la MorteÖ Ha bisogno di quel Mondo? Per che farne? Quel mondo sembrava pure pazzo - certo, senza del Fiore dellíOstro quel mondo era folle! Quel mondo suo era stato rovesciato, la mente del Mostro l'aveva rovesciato! La mente del Mostro, la coscienza del Mostro non potevano ammettere che il Fiore dellíOstro non esistesse!...
Ora, tenendosi nel Buio, il Mostro rievocava il fischio avido della spada e il suono esecrando del rospo che cadendo batteva il culo sul pavimento. Quando il Mostro capì il suo errore fatale, ricostruì di nuovo líodiosa Città e la popolò delle creature bipedi con i rospi nelle loro casse toraciche - non era niente, perché la loro Morte non poteva dargli il Fiore dellíOstro, non poteva uccidere il suo desiderio. Per sconfiggere quel desiderio, per respingerlo, il Mostro accese di nuovo la luna argentea nel cielo costellato di stracci sporchi di nubi, e silenziosamente attaccò un cantico che gli sussurrava allíorecchio con la voce insinuante il suo cattivo e generoso Protettore, il Gran Buio: Il bianco baffo di Luna ora sta sogghignando - è un suo fare. È una carogna, la Luna, benché non lo sappia, perche è un poco scema, mi pare. Il cratere dalla bocca molto svisata e torta da una smorfia perenne. Ora succhiava il clitoride della cosmica creatura. E quellíamor trascurava allora ogni cosa per la sua passione. E finora mi brucia il sangue, raffreddato assai dalla gelida compassione. La notte díinverno - o líinverno notturno ora regna nel tutto il buio Creato. Giù, giù, tu, il freddo, e fila! - in luce di luna mi vado bagnare, beato Líoscurità, ti infuria, per sferzare la luna così con la tua frusta nera! - Ti rallegri, perché cíè del Buio nei tuoi regni bui - è la gioia, la vera! Per il mio cuore buio, tu, cattiva, facevi di rado chiasso - Già pensavo che la vita mettesse il cuor mio in sconquasso. Ma poi tuo fratello, il Buio altero, mi cinse, tu sai, quasi un salvagente ìTu sei un nemico giurato per loro! Non sei un fratello, giammai, per la gente!î Egli mi sussurrava e io accennavo di sì con la testa. Aspettavo già quelle parole, e perciò, certo, esse mi fecero festaÖ Questo cantico di rinunzia - di rinunzia al cianume umano, allíappartenenza a quel cianume - questo cantico gli faceva dimenticare la sua ansia. Il cantico gli faceva coraggio e lo rendeva certo che un giorno in uno dei mondi creati da lui egli avrebbe trovato il desiato Fiore. Quella certezza (cosa strana!) era rafforzata proprio dal suo corpo umano che non permetteva alla coscienza del Mostro di sopprimere lui stesso, di annientare i migliori dei mondi, creati da lui, non gli permetteva di inabissarsi nella pusillanime disperazione e in uníincompernsibile, nauseabonda, paralizzante paura, una paura indegna. Non era una paura di qualche eventuale catastrofe mostruosa (niente a questo mondo potrebbe mettersi a paragone con la mostruosità del Mostro!) - No! Era la paura che lui non riuscisse mai a trovare il Fiore dellíOstro, a trasformarsi per mettere insieme tutti i pezzi di mosaico del miglior mondo, da cui sboccerebbe il Fiore dellíOstro. E questo sarebbe davvero terribile - che tutto restasse tale e quale - nauseabondo e monotono come quella schifosa e grigia Città, tutta soddisfatta di sé, eppure sempre fosca, persino allora quando il Mostro, cavandosi il suo capriccio momentaneo, la innalzava dalle rovine. Il Mostro canticchiava mentre la vita intensa animava il suo corpo, un corpo umano ancora. E questo corpo umano era la sua speranza e la sua salvezza. Quanti specchi il Mostro aveva già spezzati, non essendo in grado di superare la ripugnanza davanti al muso compiaciuto, apparendo nel vetro maligno. Il muso soddisfatto nello specchio gli rammentava il cuore umano ? cioè il rospo, ma nel corpo suo, invece, vivevano guizzanti come le serpi, le tre maiuscole ìSî che significavano: Scopo, Senso, Speranza. Grazie a quelle ìSî nel suo corpo convergevano il passato e líavvenire, il non-essere e líessere, il Bene e il Male. Il corpo suo era diventato un campo militare delle forze meravigliose, disposte a invadere tutti i mondi, creati dal Mostro - e loro li invadevano, sì che quei mondi, non sopportando la tensione colossale, scoppiavano e si spezzavano, riducendosi in frantumi dellíintensissimo piacere, in particelle di viva gioia, in schizzi díacuta felicità - e il Mostro capiva che infatti vale la pena di vivere e di foggiarsi i mondi nuovi, i mondi dove lui certamente troverà il Fiore dellíOstro. E poi - poi la coscienza del Mostro raccoglieva stancamente i frammenti dei mondi che furono fatte scoppiare dalla forza magica, e, pieno di gratitudine verso la miglior parte del suo corpo umano, spegneva di nuovo la luna fastidiosa - faceva buio. E nel Buio il Mostro si sognava: una notte, durante uno dei suoi voli notturni sopra alla Città dormiente, lui la incontrerà - la Bella, la Bella mostruosa. Solenne e calma lei scivolerà attraverso il cielo in controluce rispetto alla luna sogghignante e si avvicinerà a lui. A loro non serviranno parole - loro si intenderanno a meraviglia senza lo stupido gracidio umano. Si prenderanno per mano e si involeranno, avvolti nel carezzevole Buio, nel cielo notturno verso la luna argentata, la quale, invidiosa della loro felicità, indietreggerà davanti a loro sul lenzuolo nero del cielo. Poi atterreranno da qualche parte, consigliati dal Buio e dai loro cuori - i veri cuori mostruosi, pieni del sangue furioso del Mostro, non di quei rospi che balzellano gracidando freddamente nelle gabbie toraciche dei creature umane. Dal fuoco dei cuori ardenti del Mostro e della Bella il Fiore dellíOstro si accenderà e sboccerà in tutta la sua bellezza. Il Fiore apparterrà a loro due. Il miracolo che trasformerà il cielo e la terra sarà loro! La luna, quasi morendo díinvidia,  andrà pazza definitivamente; scricchiolando dai crateri marci della sua bocca, urlerà in angoscia sopra la terra trasformata. Che sia così! Il Mostro era sicuro che il suo intuito non sarebbe stato ingannato. Al Mostro e alla Bella, che non si incontrano mai - ma che vanno infaticabilmente in cerca del proprio simile - a entrambi basterebbe soltanto concentrare le loro volontà per trovare la cadenza comune, reciproca, e creare insieme il Mondo nuovo, il Mondo del loro incontro, dove torneranno finalmente insieme e si uniranno. E ci sarà spazio tanto per il Mostro quanto per la Bella - e anche per il Miracolo che dovrà trasformarli, il Favoloso Fiore dellíOstroÖ